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AI e PMI italiane: adozione, produttività e limiti strutturali

Il problema dell’economia italiana non è soltanto crescere, ma riuscire a produrre di più con le stesse risorse. Secondo le ultime misure di produttività dell’Istat, nel 2024 la produttività del lavoro è diminuita dell’1,9%, dopo il calo del 2,7% registrato nel 2023. Una ricerca pubblicata nel marzo 2026 dalla Banca d’Italia stima invece che, nelle imprese con almeno 50 addetti, l’adozione dell’intelligenza artificiale si associ a un aumento del 5,2% del valore aggiunto per addetto e dell’11,9% del margine operativo lordo per addetto. La questione, allora, non è più soltanto se l’AI possa aiutare l’economia italiana, ma se i suoi benefici riusciranno a raggiungere anche le PMI.

Secondo il rapporto Istat “Imprese e Ict – Anno 2025”, pubblicato il 15 dicembre 2025, nel corso dell’anno l’adozione dell’intelligenza artificiale è raddoppiata tra le imprese italiane con almeno 10 addetti: dall’8,2% al 16,4%.

La crescita è però diseguale. Tra le imprese con almeno 250 addetti, il 53,1% utilizza almeno una tecnologia di AI; tra le PMI con 10-249 addetti, la quota si ferma al 15,7%. La rilevazione non comprende le imprese con meno di 10 addetti, ma ragionevolmente il dato sarà ancora più basso.

Il rapporto Istat rileva che l’ambito di utilizzo più frequente è il marketing e le vendite, indicato dal 33,1% delle imprese che adottano almeno una tecnologia di AI. Seguono i processi amministrativi, con il 25,7%, e la ricerca e sviluppo o innovazione, con il 20,0%. Nel marketing e nei processi amministrativi ricorrono soprattutto l’AI generativa e l’analisi linguistica. L’uso resta più contenuto nei processi produttivi e nella logistica, in particolare nelle applicazioni che prevedono il movimento autonomo delle macchine.

Per una grande impresa, testare una tecnologia su una linea produttiva, su alcuni macchinari o all’interno di uno stabilimento può rientrare in un programma più ampio di innovazione. Per una piccola impresa, lo stesso progetto può assorbire una quota maggiore delle risorse economiche e organizzative, soprattutto quando interviene su processi che non possono essere fermati o modificati senza conseguenze sulla produzione.

La stessa indagine segnala come ostacoli principali la mancanza di competenze adeguate, indicata dal 58,6% delle imprese che hanno valutato ma non adottato l’AI, l’incertezza normativa, la scarsa disponibilità o qualità dei dati, i problemi di privacy e i costi elevati. Accedere a uno strumento generalista richiede pochi minuti. Applicare l’AI alla manutenzione predittiva, al controllo qualità, alla pianificazione della produzione o ai flussi logistici richiede invece dati aziendali, conoscenza dei processi e sistemi capaci di comunicare tra loro.

Un limite ricorrente riguarda quindi la capacità di integrare la tecnologia con macchinari, dati e processi già esistenti. Istat rileva inoltre che il 33,4% delle imprese che dichiarano di utilizzare l’AI non indica alcuna finalità aziendale tra quelle proposte; l’83,3% di questo gruppo è composto da imprese con 10-49 addetti. L’Istituto interpreta il dato come il segnale di un’adozione ancora iniziale e sperimentale.

Il tasso di adozione, da solo, non misura quindi quanto la tecnologia sia integrata nei processi né quali risultati economici produca.

Cosa succede alla produttività

La ricerca della Banca d’Italia citata in apertura, “The economic impact of artificial intelligence: evidence from Italian firms”, di Tiziano Ropele e Alex Tagliabracci, analizza imprese con almeno 50 dipendenti attive nell’industria e nei servizi privati non finanziari, incrociando l’Indagine sulle aspettative di inflazione e crescita del terzo trimestre 2024 con dati di bilancio Cerved e dati amministrativi INPS. La rilevazione identifica l’adozione attraverso le dichiarazioni delle imprese, ma non ne misura l’intensità, l’estensione o l’ammontare degli investimenti. I risultati non possono quindi essere estesi automaticamente alle imprese con meno di 50 dipendenti.

Nel breve periodo osservato non emerge una variazione statisticamente significativa dell’occupazione complessiva, ma cambia la composizione del lavoro: gli impiegati aumentano del 2,3%, mentre gli operai diminuiscono del 7,7%. Le stime sulla produttività non mostrano, inoltre, un aumento significativo del costo del lavoro per dipendente.

La dimensione aziendale è il principale fattore associato all’adozione. Anche le imprese con un costo del lavoro per dipendente più elevato mostrano una maggiore probabilità di utilizzare l’AI o di programmarne l’introduzione. Secondo gli autori, le imprese più grandi dispongono più spesso delle risorse organizzative necessarie, mentre un costo del lavoro più elevato può rafforzare l’interesse per gli incrementi di efficienza.

Conta anche il settore. Le imprese attive in ambiti ad alta intensità di conoscenza, dalla manifattura tecnologicamente avanzata ai servizi professionali e alla ricerca e sviluppo, mostrano una maggiore probabilità di adottare l’intelligenza artificiale rispetto a quelle dei settori meno intensivi in conoscenza.

Le aspettative sull’inflazione

La stessa ricerca rileva che le imprese che utilizzano l’intelligenza artificiale si aspettano un’inflazione più bassa rispetto a quelle che non la utilizzano. La differenza è di circa un quarto di punto percentuale nelle aspettative a due anni e di circa un terzo di punto a quattro anni.

La differenza non è statisticamente significativa negli orizzonti di sei e dodici mesi ed emerge solo a due e quattro anni. Si tratta delle aspettative dichiarate dalle imprese, non di una riduzione dell’inflazione già osservata. Gli autori interpretano il risultato come coerente con l’attesa di guadagni di efficienza che richiedono tempo per manifestarsi.

Un possibile meccanismo è che una maggiore produttività riduca la necessità di aumentare i prezzi nella stessa proporzione dei costi. È però un’ipotesi coerente con i risultati, non un effetto direttamente misurato, dunque lo studio non dimostra che la diffusione dell’AI ridurrà l’inflazione aggregata.

Dall’utilizzo all’integrazione

La differenza tra disponibilità della tecnologia e capacità di integrarla nei processi emerge anche nel nostro lavoro con imprese dell’industria, dei servizi, dell’energia e del farmaceutico, comprese realtà di dimensioni medio-piccole.

In questi casi, il problema non è stato trovare una piattaforma o un nuovo strumento. Il lavoro è iniziato più spesso dalla verifica dei dati disponibili, dall’attribuzione delle responsabilità e dalla definizione del processo da automatizzare.

Nel marketing l’adozione è più frequente, come peraltro mostra il rapporto Istat. Strumenti di automazione, analisi dei dati, generazione di contenuti e applicazioni di AI generativa possono essere infatti introdotti in modo progressivo. Un team può partire da un’attività circoscritta, verificarne l’utilità e decidere in seguito se estenderne l’uso.

Nei processi industriali il percorso è generalmente più impegnativo. Integrare l’intelligenza artificiale significa spesso intervenire sui sistemi esistenti, collegare fonti diverse e trasformare conoscenze operative specifiche in informazioni utilizzabili. Nei progetti che abbiamo seguito, le difficoltà principali hanno riguardato la mappatura dei processi, la qualità dei dati, l’attribuzione delle responsabilità e il coordinamento tra competenze diverse. La scelta dello strumento è arrivata dopo.

Il numero di imprese che dichiara di utilizzare l’intelligenza artificiale va quindi letto con attenzione. Usare quotidianamente un assistente generativo non equivale a integrare l’AI nel funzionamento dell’impresa.

Il problema dei dati

La questione è particolarmente rilevante nella manifattura italiana, dove molte imprese producono piccole serie, lavorano su commessa, modificano i propri macchinari nel corso degli anni e costruiscono parte del proprio vantaggio competitivo su competenze specialistiche.

Molte applicazioni predittive e industriali richiedono dati storici sufficienti, comparabili e affidabili. La quantità necessaria varia in base al caso d’uso. I modelli preaddestrati possono funzionare con meno dati proprietari, ma la scarsa qualità, la frammentazione e la difficoltà di accesso alle informazioni restano ostacoli concreti.

I dati possono essere distribuiti tra software gestionali, fogli di calcolo, sistemi di produzione, macchinari e archivi costruiti nel corso degli anni. Spesso, inoltre, una parte importante delle informazioni non si trova in un database, ma nella conoscenza delle persone che lavorano ogni giorno sui processi.

Un tecnico può riconoscere da un rumore insolito che un macchinario sta iniziando a funzionare in modo diverso. Un responsabile della produzione può sapere, sulla base dell’esperienza, quali combinazioni generano più scarti. Un commerciale può individuare in anticipo una richiesta destinata a trasformarsi in un problema. Queste informazioni hanno valore operativo, ma devono essere raccolte e strutturate prima di poter essere utilizzate da un sistema.

Per molte imprese il lavoro parte quindi da domande fondamentali: quali dati abbiamo, dove sono, chi li produce, quanto sono affidabili e possiamo metterli in relazione? È un lavoro meno visibile dell’introduzione di un nuovo strumento, ma spesso è il presupposto perché l’AI possa generare valore.

Da dove può partire una PMI

Per una piccola o media impresa, partire dall’idea generica di “adottare l’intelligenza artificiale” rischia di essere poco utile. È più concreto partire da un problema aziendale preciso: ridurre gli scarti, prevedere un guasto, abbreviare il tempo necessario per preparare un preventivo, recuperare più velocemente informazioni tecniche, migliorare la pianificazione degli ordini o eliminare attività manuali ripetitive.

Solo dopo aver individuato il problema ha senso chiedersi se l’intelligenza artificiale possa contribuire alla soluzione. In questo modo si riduce il rischio di investire in una tecnologia soltanto perché è disponibile o perché, in un determinato momento, sembra indispensabile averla.

Alla luce della crescita rilevata dall’Istat, è plausibile che l’uso dell’AI nelle imprese italiane continui ad aumentare. La percentuale di imprese che dichiara di utilizzarla, però, non misura da sola la profondità della trasformazione. Sarà più utile capire quante imprese riusciranno a trasformarla da strumento dei singoli dipendenti a componente stabile dei propri processi.

Per un sistema produttivo composto in larga parte da imprese piccole e specializzate, la differenza è sostanziale. Gli strumenti sono facilmente disponibili; più difficile è collegarli ai dati, integrarli nei processi e utilizzarli nelle decisioni quotidiane, senza disperdere la conoscenza specifica su cui molte imprese costruiscono il proprio valore.

Articolo di Gioele Gambaro è consulente di direzione e Fractional marketing manager con oltre 10 anni di esperienza; docente in master e corsi di formazione, ha tenuto lezioni e seminari in diverse università. Nel 2025 ha conseguito un Executive MBA alla GSoM del Politecnico di Milano e Francesco Lo Turco è Marketing & Communication Manager, consulente e formatore.

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