Stati Uniti, l’anno nero dell’energia pulita: investimenti in caduta libera nella nuova era Trump
Il 2025 doveva essere l’anno della maturità per la transizione energetica americana. Dopo l’ondata di investimenti seguita all’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022, gli Stati Uniti avevano attirato centinaia di miliardi di dollari in nuovi impianti per batterie, veicoli elettrici, impianti di fonti energetiche rinnovabili e infrastrutture di rete. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha però segnato un’inversione netta e drastica di rotta sull’energia green rispetto al recente passato.
Secondo il rapporto “Clean Economy Works – December 2025 Analysis” del think tank E2, nel 2025 sono stati cancellati, chiusi o ridimensionati progetti per 34,8 miliardi di dollari, a fronte di appena 12,3 miliardi di nuovi investimenti annunciati
In altre parole, per ogni dollaro investito in energia pulita, quasi tre sono stati abbandonati.
È la prima volta, da quando E2 monitora sistematicamente il settore (dal 2022), che le perdite superano in modo così marcato i nuovi annunci. E il dato non è solo simbolico e rappresenta un vero e proprio punto di svolta per l’industria americana dell’energia pulita.
Un crollo senza precedenti nel settore dell’energia pulita
I numeri raccontano la portata del taglio.
Nel 2023 le cancellazioni avevano riguardato poco più di 1 miliardo di dollari di investimenti e nel 2024 circa 2,5 miliardi. Nel 2025 si è arrivati a 34,8 miliardi.
Un salto di scala che pare il frutto di una decisione politica e di un’impostazione ideologica.
Ancora più pesante l’impatto occupazionale: 38.031 posti di lavoro cancellati nel solo 2025, a fronte di 22.905 nuovi posti annunciati nello stesso anno
Il saldo è negativo per oltre 15.000 unità. Nessun anno precedente aveva registrato una simile emorragia.
Il cuore del problema è nella manifattura green: oltre 30 miliardi di dollari di investimenti persi riguardano impianti produttivi, in particolare nei settori dei veicoli elettrici (EV) e delle batterie, che da soli hanno concentrato oltre 21 miliardi di dollari ciascuno in investimenti cancellati o ridimensionati
Perché sta accadendo
Le cause sono intrecciate, ma il fattore politico è centrale: all’energia pulita sono state preferite (di nuovo) le risorse fossili.
L’IRA aveva introdotto un sistema di crediti fiscali e incentivi di lungo periodo, offrendo agli investitori una visibilità pluriennale. Nel corso del 2025, però, il quadro è cambiato: attacchi crescenti alle politiche climatiche e la revisione e restrizione di alcuni crediti fiscali hanno aumentato l’incertezza regolatoria
Per settori ad alta intensità di capitale, come batterie ed EV, la stabilità normativa è fondamentale. Parliamo di impianti che richiedono miliardi di dollari e orizzonti di ammortamento di 10-20 anni. Se il quadro fiscale può essere modificato rapidamente, il rischio aumenta e il capitale si sposta.
A questo si aggiungono alcuni fattori di mercato, come il rallentamento della domanda di veicoli elettrici rispetto alle aspettative più ottimistiche del 2022-2023, la pressione competitiva cinese su batterie e componenti, i tassi di interesse ancora elevati, che rendono più costoso finanziare nuovi impianti, le tensioni geopolitiche e la ridefinizione delle catene di fornitura.
Da tutto questo ne conseguono meno incentivi, più incertezza e una domanda meno brillante. Quando la fiducia si incrina, i progetti più grandi sono i primi a saltare.
Un impatto trasversale, anche politico
Un elemento interessante del rapporto E2 è la distribuzione geografica e politica delle perdite. I distretti congressuali a guida repubblicana hanno perso 19,9 miliardi di dollari e oltre 24.500 posti di lavoro, mentre quelli democratici 10,6 miliardi e oltre 12.600 posti.
Il fenomeno è dunque bipartisan.
Durante la sua campagna presidenziale, Trump ha sollecitato continuamente l’industria petrolifera americana, chiedendo un miliardo di dollari al settore per il sostegno alla sua presidenza, offrendo in cambio piena deregolamentazione del settore. Le cose non sembra siano andate proprio così, ma nel complesso è riuscito ad ottenere quasi 30 milioni di dollari dall’industria petrolifera e del gas.
Tra gli Stati più colpiti figurano Michigan (oltre 8 miliardi di dollari persi e più di 9.000 posti di lavoro), Illinois, Georgia, New York e Arizona.
Molti di questi territori erano diventati simboli della rinascita manifatturiera “verde” americana.
La conclusione è evidente: la volatilità delle politiche energetiche non colpisce una sola parte politica, ma intere filiere industriali e comunità locali.
Gli annunci non bastano più
È vero che nel 2025 sono stati annunciati 85 nuovi progetti per oltre 12 miliardi di dollari, ma rispetto al boom del 2022 e 2023, la postura delle imprese è cambiata: investimenti più piccoli, meno posti di lavoro per progetto, maggiore cautela. In sostanza, la traiettoria è passata da espansione aggressiva a gestione prudente del rischio.
EV e batterie continuano a dominare tra i nuovi annunci, ma non compensano la mole di cancellazioni. Inoltre, molte iniziative sono espansioni incrementali di impianti esistenti, non nuove grandi fabbriche destinate a ridisegnare le catene del valore.
Le prospettive: rischio delocalizzazione
L’aspetto forse più critico è che il capitale non scompare: si sposta. Il rapporto sottolinea che gli investimenti non realizzati negli Stati Uniti vengono sempre più reindirizzati verso mercati con politiche più prevedibili e incentivi più stabili.
Europa e Asia, in questo contesto, possono diventare destinazioni alternative per la nuova capacità produttiva. Se la tendenza dovesse consolidarsi, gli Stati Uniti rischierebbero di perdere non solo posti di lavoro nel breve termine, ma anche la leadership industriale nelle tecnologie chiave della transizione: batterie avanzate, componentistica per veicoli elettrici, tecnologie di rete e accumulo.
Tuttavia, lo scenario non è irreversibile. Il mercato americano resta enorme, il sistema finanziario profondo, l’innovazione tecnologica vivace. Molto dipenderà dalla stabilità delle politiche fiscali nei prossimi anni, dall’evoluzione della domanda di elettrificazione e dalla capacità dell’industria di ridurre i costi e competere globalmente.
Tutto questo dimostra quanto rapidamente possa invertire la rotta un ciclo di investimenti fondato su segnali politici forti. Se quei segnali si indeboliscono, il capitale reagisce con la stessa velocità.
Quando l’energia green diventa fattore chiave per competitività e geopolitica
Per la seconda presidenza Trump, la questione energetica non è solo ambientale, ma industriale e geopolitica. La scelta tra continuità, revisione o smantellamento delle politiche di sostegno determinerà se gli Stati Uniti resteranno un polo attrattivo per la manifattura pulita o se lasceranno spazio ad altri concorrenti globali.
Solo per fare un rapido confronto, il mercato delle clean tech in Cina è tra i più dinamici al mondo, con un valore stimato intorno ai 255 miliardi di dollari USA nel 2024 e investimenti nel settore che nel 2025 hanno raggiunto quasi 1.000 miliardi di dollari, trainando oltre un terzo della crescita del PIL nazionale. Una lezione non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la nostra Europa, sempre più impegnata nella ricerca di una strada per uscire dalla trappola della stagnazione e del pericolo della dipendenza crescente dall’estero e dell’irrilevanza storica.
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