Cybersecurity Act 2 e il conto della sicurezza: per le telco europee la sostituzione di Huawei e ZTE può costare cara
La sicurezza delle reti di telecomunicazioni europee ha un prezzo. E potrebbe essere molto più elevato di quanto stimato finora dalla Commissione europea. Secondo un nuovo studio pubblicato da GSMA Intelligence, l’attuazione delle misure previste dal futuro Cybersecurity Act 2 (CSA2) potrebbe imporre agli operatori europei un costo complessivo compreso tra 30 e 40 miliardi di euro per rimuovere dalle infrastrutture le apparecchiature dei cosiddetti high-risk vendors (HRV), in primo luogo i gruppi cinesi Huawei e ZTE.
La stima supera di quasi quattro volte quella elaborata da Bruxelles, che aveva quantificato l’impatto economico in 3,4-4,3 miliardi di euro l’anno per tre anni, pari a circa 10-13 miliardi di euro complessivi. Una differenza che non rappresenta soltanto un dibattito metodologico tra industria e regolatori, ma fotografa uno dei nodi più delicati della politica industriale europea: come rafforzare la sicurezza delle infrastrutture digitali senza compromettere gli investimenti nelle reti del futuro.
Il Cybersecurity Act 2 e la stretta sui fornitori ad alto rischio
Il rapporto arriva mentre la Commissione europea lavora all’aggiornamento del quadro normativo europeo sulla cybersicurezza. Il Cybersecurity Act 2 punta a rafforzare la resilienza delle reti di telecomunicazione introducendo requisiti più stringenti per le infrastrutture critiche e prevedendo, tra le altre misure, la progressiva eliminazione delle apparecchiature considerate provenienti da fornitori ad alto rischio.
Si tratta di un’evoluzione della strategia europea già avviata con il 5G Toolbox, che dal 2020 invita gli Stati membri a limitare la presenza dei vendor ritenuti più esposti a possibili interferenze da parte di governi stranieri. La differenza è che il CSA2 potrebbe trasformare quelle raccomandazioni in obblighi più vincolanti e omogenei a livello europeo.
L’intervento non riguarderebbe soltanto le reti mobili, ma anche le infrastrutture fisse e le reti di trasporto che costituiscono la dorsale dell’intero ecosistema delle comunicazioni elettroniche. È quello che sulle nostre pagine l’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) ha definito senza mezzi termini: “Un azzardo industriale insostenibile”. Come ha spiegato il Presidente dell’Associazione, Giuliano Peritore: “Si vuole introdurre un meccanismo europeo permanente di selezione dei fornitori non sulla base della sola sicurezza tecnica dei prodotti, ma di valutazioni più ampie, anche di natura non tecnica, con effetti profondi su mercato, investimenti e concorrenza”.
Il rapporto GSMA: un conto da 30-40 miliardi
Tornando allo studio di GSMA Intelligence, realizzato sulla base delle informazioni fornite dai principali gruppi europei delle telecomunicazioni, sì cerca per la prima volta a quantificare in modo sistematico il costo economico dell’operazione.
La componente principale riguarda le reti mobili, dove la sostituzione delle apparecchiature dei fornitori ad alto rischio comporterebbe una spesa compresa tra 16 e 22 miliardi di euro.
A questa cifra si aggiungerebbero: 5 miliardi di euro per le reti fisse e 9-12 miliardi di euro per le reti di trasporto (transport networks), fondamentali per collegare backbone, data center e infrastrutture di accesso.
Il rapporto introduce inoltre una voce spesso trascurata nel dibattito pubblico: il costo indiretto della riduzione della concorrenza nel mercato delle apparecchiature di rete. Secondo GSMA, tra il 2027 e il 2030 gli operatori potrebbero sostenere 8,5 miliardi di euro aggiuntivi, perché l’uscita dei vendor cinesi ridurrebbe il numero di fornitori disponibili, aumentando i prezzi delle nuove apparecchiature. Nel complesso, il costo dell’operazione arriverebbe così a una forchetta tra 30 e 40 miliardi di euro.
Perché le stime divergono
Le cifre, tuttavia, sono tutt’altro che definitive. Lo stesso dibattito tra Commissione europea e industria dimostra quanto sia complesso stimare il reale impatto economico dell’operazione. Secondo Hosuk Lee-Makiyama, direttore del think tank ECIPE, il rapporto GSMA utilizzerebbe una metodologia che considera i costi “lordi” dell’intervento, senza sottrarre le sostituzioni tecnologiche che gli operatori avrebbero comunque effettuato nell’ambito del normale ciclo di rinnovo delle reti.
Se si considerassero soltanto i costi incrementali, sostiene Lee-Makiyama, il risultato sarebbe molto più vicino alle valutazioni della Commissione europea. La differenza metodologica è sostanziale. Una parte degli apparati oggi installati dovrà infatti essere sostituita nei prossimi anni indipendentemente dalle nuove norme, semplicemente perché giunta a fine vita tecnologica. Attribuire l’intero costo al Cybersecurity Act 2 rischia quindi di sovrastimare l’effettivo impatto della normativa.
Allo stesso tempo, però, limitarsi ai soli costi incrementali potrebbe sottovalutare le difficoltà operative che un’accelerazione forzata della sostituzione comporterebbe.
Un problema che va oltre Huawei
Ridurre il dibattito alla sola esclusione di Huawei significherebbe perdere di vista il tema centrale. La questione riguarda la resilienza dell’intera filiera europea delle telecomunicazioni. Per oltre vent’anni Huawei e ZTE hanno rappresentato due dei principali fornitori globali di apparati di rete, contribuendo ad aumentare la concorrenza e, in molti casi, a contenere i prezzi.
La loro progressiva uscita dal mercato europeo restringerebbe inevitabilmente il numero di grandi fornitori disponibili, rafforzando il peso di Ericsson, Nokia e, in misura minore, Samsung. Per gli operatori ciò potrebbe tradursi non soltanto in costi maggiori, ma anche in tempi di approvvigionamento più lunghi, minore flessibilità tecnologica e una più difficile pianificazione degli investimenti.
È un aspetto particolarmente delicato in un momento in cui il settore europeo delle telecomunicazioni attraversa una fase di forte pressione finanziaria: ricavi stagnanti, investimenti miliardari richiesti per il 5G Stand Alone, la diffusione della fibra ottica, la virtualizzazione delle reti e, nel prossimo futuro, l’avvio delle infrastrutture 6G.
Sicurezza e competitività: un equilibrio ancora da trovare
Il rapporto GSMA riporta al centro una questione che accompagna ormai da anni la politica industriale europea: quanto costa aumentare il livello di sicurezza delle infrastrutture digitali e chi deve sostenere questo costo.
L’obiettivo perseguito dalla Commissione appare difficilmente contestabile sul piano strategico. In uno scenario geopolitico sempre più frammentato, la protezione delle reti di comunicazione è considerata un elemento essenziale della sicurezza economica e nazionale dell’Unione.
Se i costi stimati da GSMA fossero confermati, gli operatori potrebbero essere costretti a riallocare una parte significativa delle risorse oggi destinate agli investimenti in nuove reti verso la sostituzione di infrastrutture esistenti.
La discussione non riguarda più se il costo esista, ma quanto sarà elevato e come ripartirlo tra operatori, fornitori e istituzioni pubbliche. È su questo terreno che si giocherà una parte importante della futura politica europea delle telecomunicazioni.
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