In 34 Paesi su 37, la quota di adulti convinti che l’intelligenza artificiale ridurrà i posti di lavoro nazionali nei prossimi vent’anni è più alta della quota di chi ne prevede un aumento. Lo studio è del Pew Research Center ed è uscito il 17 settembre 2026 con il titolo Globally, More People Expect AI to Cause Job Loss Than Growth. Si basa sulla Spring 2026 Global Attitudes Survey: 42.151 interviste condotte tra l’8 febbraio e il 13 maggio in 36 Paesi (dall’Argentina alla Turchia, con la Cisgiordania e Gerusalemme Est), più due rilevazioni distinte negli Stati Uniti, la prima su 5.119 adulti a febbraio e la seconda su 3.488 a giugno. La domanda chiedeva di scegliere tra più e meno posti di lavoro nel proprio Paese, con una terza risposta possibile per chi prevede una differenza modesta; la mediana dei 37 luoghi coinvolti è del 46% per «meno posti».
Le percentuali più alte sono in Australia e in Corea del Sud (76% in entrambe), seguite dagli Stati Uniti (71%) e dalla Grecia (68%). Negli Stati Uniti, l’unico Paese in cui Pew aveva già posto la domanda, nell’agosto 2024 la quota era del 64%: l’aumento è di 7 punti percentuali in due anni. L’Italia si ferma al 55%, con il 7% che prevede più posti, il 15% una differenza modesta e il 23% che si dichiara incerto. L’incertezza occupa una parte ampia delle risposte in molti Paesi (in circa un quinto degli adulti o più, con punte di quattro su dieci o più in alcune nazioni a medio reddito); nelle Filippine, per esempio, il 54% è incerto, il 26% prevede meno posti e il 14% più posti. In Nigeria le due quote sono quasi pari (27% per più posti, 26% per meno). Sono opinioni sul futuro, raccolte da Pew tra persone che in molti casi hanno ancora sentito parlare poco di AI; il rapporto lo precisa a più riprese e distingue con cura tra chi prevede una perdita di posti e chi dichiara di non saperlo.
L’Italia tra i Paesi ad alto reddito
Il timore per i posti di lavoro segue in buona parte la ricchezza dei Paesi. Pew ha messo in relazione le risposte con il PIL pro capite del 2025 (dati Banca Mondiale) e ha ottenuto una correlazione di 0,60, che nel linguaggio della statistica indica un legame netto senza però arrivare alla regolarità. La divisione tra i 36 Paesi non statunitensi e gli Stati Uniti in due gruppi, 18 ad alto reddito e 18 a medio reddito, produce mediane di 55% e 36% per la risposta «meno posti». Nei Paesi a medio reddito, in compenso, è molto più diffusa la risposta «non so»: in Kenya, Nigeria e Filippine, dove il PIL pro capite è più basso, la previsione di una perdita di posti raccoglie i consensi minori dell’intera rilevazione. Singapore, con un reddito vicino ai 100.000 dollari a testa, è l’eccezione più evidente in senso opposto.
L’Italia appartiene al primo gruppo e, con il suo 55%, coincide con la mediana; nella graduatoria dei 37 luoghi occupa il decimo posto, alle spalle di quasi tutti i grandi Paesi europei (Grecia, Regno Unito, Francia, Polonia) e davanti a Spagna, Germania e Svezia. La posizione è quella di un Paese in cui la previsione di una contrazione dell’occupazione è maggioritaria, ma in misura minore rispetto ai casi estremi di Australia, Corea del Sud e Stati Uniti.
Il rapporto passa in rassegna anche le differenze tra gruppi demografici. In Canada, Francia, Svezia, India, Indonesia e Malesia i giovani tra i 18 e i 34 anni prevedono la perdita di posti più spesso degli over 50, mentre l’Italia non compare nell’elenco dei Paesi con scarti statisticamente validi. In undici Paesi, per lo più ad alto reddito, le donne rispondono «meno posti» più degli uomini (in Francia lo scarto è di 10 punti), e nei Paesi a medio reddito lo fanno più spesso le persone con più istruzione e più reddito, per una ragione che Pew attribuisce all’incertezza: chi ha meno titoli di studio e meno reddito risponde più spesso di non sapere. La stessa relazione vale per la consapevolezza: in circa metà dei Paesi, chi ha sentito parlare molto di AI prevede più spesso una perdita di posti di chi ne ha sentito parlare poco.
Disuguaglianza ed entusiasmo, il caso italiano
Riguardo al divario tra ricchi e poveri, Pew ha chiesto se l’AI lo aumenterà o lo ridurrà nel proprio Paese, e in Italia il 36% risponde che lo aumenterà, una quota che rientra tra le prime dieci della rilevazione. La risposta opposta ha un successo minimo praticamente ovunque: in nessun Paese più di un adulto su quattro si aspetta una riduzione. Il rapporto osserva poi una divisione politica, visto che in otto dei 28 Paesi in cui viene rilevato l’orientamento, chi si colloca a sinistra prevede più disuguaglianza di chi si colloca a destra, e l’Italia è tra questi otto, con uno scarto minore rispetto a Stati Uniti e Spagna. L’età segue un andamento particolare: da noi sono gli adulti più anziani a prevedere più spesso un divario crescente (accade lo stesso in Argentina, Cile, Ungheria e Perù), mentre negli Stati Uniti, in Australia e in Canada sono i più giovani.
Chi si aspetta un mercato del lavoro più ristretto e disuguaglianze in aumento tende a guardare con più attenzione alle spese fisse di casa, e la bolletta della luce è la prima da rivedere (su SOSTariffe.it si possono confrontare le offerte di energia elettrica e scegliere quella adatta ai propri consumi). Sul sentimento generale verso l’AI, quasi la metà degli italiani, il 49%, si dichiara più preoccupata che entusiasta per il suo uso crescente nella vita quotidiana; il 15% è più entusiasta che preoccupato, e la quota restante prova entrambe le cose in egual misura. La percentuale dei preoccupati è quasi identica a quella del 2025, quando era il 50%. Israele è l’unico Paese della rilevazione in cui gli entusiasti superano i preoccupati; l’Italia si trova nel gruppo (con Australia, Canada, Grecia, Polonia e Stati Uniti) in cui la preoccupazione generale coincide con quella su lavoro e disuguaglianza.
La Corea del Sud è quella con il contrasto più netto; è tra i Paesi con le previsioni più pessimiste su posti di lavoro e disuguaglianza, ma la maggioranza dei sudcoreani dichiara un sentimento misto e un adulto su cinque si dice più entusiasta che preoccupato. In Italia la consapevolezza cambia molto il quadro, viso che tra chi ha sentito parlare molto di AI i preoccupati sono poco più di un terzo, tra chi ne ha sentito parlare poco o niente quasi due terzi.
Giovani, consapevolezza e regolatori
In Italia la conoscenza dell’AI cambia molto da una generazione all’altra: ha sentito parlare molto di intelligenza artificiale il 77% dei 18-34enni e il 38% degli over 50, un divario tra i più ampi dell’intera rilevazione. Nell’ultimo anno la quota dei giovani è cresciuta di 14 punti, mentre quella degli over 50 è rimasta quasi ferma, e per l’Italia nel suo insieme la quota è passata dal 45% al 51%. Nella quasi totalità dei Paesi i più giovani sono anche i più informati, e lo sono più spesso le persone con un titolo di studio o un reddito familiare più alti; negli Stati Uniti la quota di chi ha sentito parlare molto di AI è quasi raddoppiata dal 2022, anno in cui Pew ha cominciato a porre la domanda.
In Italia i meno informati sono anche i più preoccupati: tra gli over 50 chi si dichiara più preoccupato che entusiasta è il doppio rispetto ai 18-34enni, e lo scarto è il più ampio tra i Paesi con differenze statisticamente valide (seguono Ungheria, Grecia e Paesi Bassi). Negli Stati Uniti la direzione è opposta e recente: i giovani più preoccupati che entusiasti sono passati dal 40% al 55% dal 2024, e oggi la loro quota coincide con quella degli over 50, mentre cinque anni fa erano gli anziani a preoccuparsi di più. Un aumento della preoccupazione tra i giovani, rispetto al 2025, si registra anche in Svezia, Polonia, Brasile, Giappone e Australia.
Un ultimo gruppo di domande, posto in 12 Paesi in prevalenza a medio reddito e senza l’Italia, riguarda la fiducia in Cina, Stati Uniti e Unione europea come regolatori dell’AI. La Cina è la più fiduciaria in cinque luoghi (Bangladesh, Malesia, Pakistan, Sri Lanka, Cisgiordania e Gerusalemme Est), mentre le Filippine sono l’unico Paese in cui gli Stati Uniti hanno la fiducia più alta di entrambe le altre potenze. Pew osserva che la fiducia in ciascuno dei tre dipende dal giudizio complessivo che si ha del Paese o del blocco in questione. Nel 2025, in una rilevazione su 25 Paesi diversi, l’ordine era inverso: l’Unione europea per prima, poi gli Stati Uniti, poi la Cina.
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