A maggio 2026 la Commissione ha adottato una proposta di Regolamento per istituire una procedura di selezione a livello UE per l’assegnazione dello spettro e l’utilizzo della banda di frequenza a 2 GHz per i servizi satellitari mobili (Mobile Satellite Service, MSS) in tutti gli Stati membri. La banda MSS a 2 GHz viene divisa in tre blocchi da 2×10 MHz: il primo per un sistema sicuro a uso governativo, affidato a un operatore sotto controllo europeo e integrato con IRIS²; il secondo riservato a soggetti stabiliti e controllati esclusivamente nell’Unione; il terzo aperto anche a operatori di paesi terzi, a condizioni di sicurezza (protezione dei dati dei clienti, requisiti di cybersecurity, compatibilità con la politica estera e di sicurezza comune). I diritti attuali, in mano agli americani Viasat ed EchoStar, scadono a maggio 2027 e potranno essere prorogati per un periodo transitorio di due anni.

2 GHZ, l’intesa satellitare delle big telco Ue
L’intesa annunciata il 19 ottobre fra Deutsche Telekom, Orange, Telefonica e Vodafone per esplorare un’offerta congiunta, verosimilmente sul blocco riservato della banda MSS a 2 GHz, chiaramente non è l’avvio di una costellazione europea in orbita bassa (LEO): i quattro operatori telco dichiarano esplicitamente che non investiranno direttamente nel segmento upstream dei satelliti, ma nella parte a terra del servizio (ground segment), interamente in Europa. Ossia, le stazioni di collegamento con i satelliti, l’integrazione con le proprie reti mobili, così che il segnale satellitare arrivi direttamente sullo smartphone (D2D, direct-to-device), e le funzioni di controllo e monitoraggio.
I satelliti saranno quindi forniti da un partner esterno, ancora da scegliere.
Il valore dell’intesa 2 GHz: una mossa difensiva del mercato mobile esistente
Questo non significa che l’accordo non abbia rilevanza concorrenziale o in termini di competitività europea, anzi: è una chiara mossa di posizionamento sulla catena del valore, con cui gli operatori mobili (MNO) diventerebbero titolari dello spettro satellitare, relegando l’operatore satellitare a fornitore upstream wholesale. Il tema concorrenziale non è quindi un nuovo mercato retail, ma la difesa del mercato mobile esistente attraverso il controllo dell’input satellitare, spettro e infrastruttura di terra.
Il rischio Starlink è reale (parzialmente)
Questa azione può essere quindi considerata un “accordo anti-Starlink” solo in un senso strategico-strutturale generale, in quanto mira a impedire che un operatore satellitare globale, titolare di spettro proprio, disintermedi gli MNO vendendo direttamente servizi D2D al cliente finale. Il rischio non è meramente teorico ma concreto, perché SpaceX sta rilevando i diritti internazionali di EchoStar, uno dei due incumbent del 2 GHz: se e come possa subentrare nella posizione di incumbent, con il relativo diritto a proroga, è uno dei punti che la proposta lascia aperti, visto che vieta trasferimenti durante il periodo transitorio.
Questa azione non è invece un accordo anti-Starlink sul piano commerciale: Deutsche Telekom lancerà dal 2028 un servizio D2D fornito da Starlink, con satelliti e spettro di Starlink, rivendendolo ai propri clienti; O2 fa già lo stesso nel Regno Unito, e la lettera di intenti conferma che queste partnership resteranno.
Spicca l’assenza di TIM dal consorzio
La rilevanza strategica di questo accordo mette in risalto, in prospettiva nazionale, l’assenza di TIM dal consorzio. L’Italia è l’unico grande mercato senza un membro del consorzio (con Fastweb+Vodafone che sperimenta il D2D di Starlink). È vero che se la proposta della Commissione passa nei termini attuali, l’accesso wholesale sarà un obbligo di licenza per il blocco riservato e quindi nessun MNO potrà esserne escluso. Residua, tuttavia, una netta differenza (in termini di competitività) fra essere cliente wholesale ed essere co-titolare dello spettro e della governance dell’infrastruttura di terra.
In ogni caso, su questi aspetti di “concorrenza europea” fra operatori, la proposta della Commissione è già esplicita: accesso wholesale a condizioni non discriminatorie come condizione di licenza; promozione della concorrenza, tramite accesso wholesale FRAND o tramite una rete wholesale-only, come criterio di selezione; divieto di esclusive retail oltre il 50% nazionale. Il modello “aperto e non discriminatorio” del consorzio è costruito su misura per questi criteri.
Nessuna costellazione europea è in grado di offrire D2D broadband
Cosa manca in questo quadro è ovviamente la parte upstream spaziale europea: nessuna costellazione europea è oggi in grado di offrire D2D broadband. Il partner satellitare, nel breve periodo, sarà quindi realisticamente americano, e la sovranità promessa riguarderà la licenza di spettro, l’infrastruttura di terra e i dati, non i satelliti.
IRIS² ancora indietro…
IRIS² non colma oggi questa lacuna: la costellazione in costruzione è pensata per servizi governativi sicuri e per il broadband, con primi lanci nel 2029 e piena operatività dal 2031, e nella proposta della Commissione è associata al blocco governativo del 2 GHz, non ai due blocchi commerciali per cui il consorzio si candida.
…Ma IRIS² candidato naturale
Tuttavia IRIS² può essere il candidato naturale a diventare, a regime, lo space segment europeo del D2D. Tre elementi vanno in questa direzione: (i) IRIS² adotta lo standard 3GPP 5G NTN, lo stesso su cui si basa il D2D verso gli smartphone comuni, e Eutelsat, capofila LEO del programma, ne fa un obiettivo dichiarato per contrastare le tecnologie proprietarie americane; (ii) la proposta sul 2 GHz richiede già al titolare del blocco governativo l’integrazione con IRIS² e una capacità D2D, costruendo di fatto un primo nucleo europeo di D2D su questa banda; (iii) una capacità direct-to-mobile, per ora limitata, è già prevista dentro IRIS² tramite Hispasat. Il passaggio a un servizio commerciale su larga scala richiede tuttavia un payload D2D dedicato nelle evoluzioni della costellazione, oggi non programmato, e quindi una nuova “fase due” negli anni Trenta.
L’alternativa, o il complemento, è la costruzione di una costellazione europea dedicata al D2D, su iniziativa degli stessi operatori insieme a partner industriali europei.
Il consorzio nasce con Starlink, pronto a migrare su un sistema europeo
In ogni caso, è alla luce di queste prospettive che va letto il passaggio della lettera di intenti in cui i quattro operatori si impegnano a “support the development of a European constellation”, formula aperta che fotografa la situazione: il consorzio nasce con un fornitore americano, ma con l’architettura, lo spettro e la domanda aggregata già pronti per migrare su un sistema europeo.
Due nodi da sciogliere
Restano due nodi importanti sul tavolo, e nessuno dei due è nelle sole mani degli operatori. Il primo è la definizione del perimetro esatto del requisito di ammissibilità al blocco riservato a soggetti europei, che si deciderà negli emendamenti ora in discussione al Parlamento: questa è la vera mossa “anti-Starlink” ed è una scelta regolatoria di autonomia strategica. Il secondo nodo è la capacità: il tetto di 2×10 MHz per licenziatario è poca cosa per un servizio broadband, e SpaceX non a caso definisce i blocchi così frammentati “virtually unusable”. Il consorzio dovrà dimostrare che basta per un servizio di copertura complementare, che è del resto l’unico che gli operatori hanno interesse a offrire.
In conclusione
L’accordo non porta satelliti europei in orbita e, anche negli scenari più favorevoli, non lo farà prima della metà del prossimo decennio. Il suo valore sta altrove, nel decidere chi controllerà lo spettro, l’infrastruttura di terra e il rapporto con il cliente quando il satellite diventerà una funzione ordinaria dello smartphone – facendolo con una struttura già pronta ad accogliere uno space segment europeo, quando esisterà.
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