Su Key4Biz, Francesco Torselli, europarlamentare e relatore ombra del Digital Networks Act, non condivide la proposta del presidente greco dell’Eurogruppo Kyriakos Pierrakakis, secondo il quale occorre “trasferire in toto a Bruxelles il ricavato delle aste frequenze TLC”, che da sempre rappresentano una voce importante di introiti per le casse degli Stati membri della Ue. Per Torselli il tema non è economico, ma politico, strutturale, industriale, di difesa e strategico. Ecco l’intervista completa.
Key4Biz. Secondo lei, la gestione dello spettro radio deve restare una competenza nazionale o europea, come propone il presidente greco dell’Eurogruppo Kyriakos Pierrakakis?
Francesco Torselli. Lo spettro radio non è una risorsa astratta, né tantomeno indefinita: è un bene pubblico scarso, legato alla sicurezza nazionale, alla protezione civile, alla difesa, alla radiodiffusione e alle specifiche esigenze industriali e territoriali di ciascun Paese.
Un conto è armonizzare le bande, coordinare le tempistiche e rendere più prevedibili e durature le licenze, favorendo investimenti e servizi transfrontalieri; un altro è trasferire integralmente a Bruxelles – e per giunta in capo ad un organo politico, non tecnico – le decisioni sull’assegnazione e sulla valorizzazione economica dello spettro.
L’Europa deve stabilire obiettivi comuni e impedire che differenze ingiustificate ostacolino la
nascita di un mercato unico, ma l’attuazione deve restare nazionale, secondo il principio di sussidiarietà.
L’Italia, peraltro, presenta caratteristiche geografiche, industriali e infrastrutturali diverse da quelle di altri Stati membri. Una gestione eccessivamente centralizzata rischierebbe di adottare un modello uniforme per realtà che uniformi non sono. Per questo, va bene discutere di “coordinamento europeo”, ma questo non deve necessariamente significare più centralizzazione.
Key4Biz. La nascita di nuovi campioni europei nel mercato TLC non rischia di essere frenata da un’eccessiva frammentazione delle norme?
Francesco Torselli. Assolutamente sì. La frammentazione regolatoria è uno degli ostacoli maggiori rispetto alla crescita degli operatori europei. Non possiamo chiedere alle imprese di competere con soggetti globali e contemporaneamente obbligarle a confrontarsi con ventisette interpretazioni, procedure e adempimenti differenti.
Occorre quindi semplificare le regole, armonizzare le procedure e rendere più facile operare in più Stati membri. Bisogna però evitare l’equivoco secondo cui un campione europeo possa nascere soltanto imponendo fusioni dall’alto o riducendo artificialmente la concorrenza. La dimensione è importante, ma non è sufficiente: servono capacità di investimento, innovazione, qualità delle reti e sostenibilità economica.
Le criticità delle telecomunicazioni europee sono dovute principalmente alla crisi del nostro modello industriale e competitivo. Gli operatori sostengono investimenti enormi nelle reti, mentre la parte crescente del valore digitale si concentra su piattaforme e servizi che però utilizzano quelle infrastrutture. È su questo squilibrio, oltre che sulla frammentazione normativa, che dobbiamo intervenire.
Io non sono contrario alla nascita di operatori paneuropei, in grado di competere globalmente, ma questo sarà possibile solo in un mercato realmente integrato, fatto di regole più semplici e condizioni eque lungo tutta la catena del valore.
Se qualcuno pensa di creare un mercato unico e appetibile per gli investitori, soltanto sostituendo i vecchi monopoli nazionali con pochi nuovi oligopoli europei, sbaglia di grosso.
Key4Biz. Non crede una certa dose di cessione di “sovranità digitale” sia necessaria per competere a livello globale con i big americani del Tech?
Francesco Torselli. Intanto non mi piace parlare di “cessione della sovranità”, ma di “esercizio condiviso della sovranità” nei casi in cui la dimensione nazionale non sia più sufficiente. È una distinzione sostanziale, non lessicale.
Gli Stati europei, agendo singolarmente, difficilmente possono raggiungere la scala finanziaria, industriale e tecnologica necessaria per competere nei semiconduttori, nel cloud, nell’intelligenza artificiale, nel quantum o nelle infrastrutture satellitari. Per questo dobbiamo mettere in comune risorse, capacità di calcolo, ricerca, dati e investimenti. Ma cooperare non significa consegnare a un centro burocratico ogni scelta strategica.
Anzi, questo è esattamente lo spirito con il quale i padri fondatori immaginarono l’Europa: Nazioni sovrane che si mettevano volontariamente attorno ad un tavolo per mettere a fattor comune le difficoltà nel competere con le grandi superpotenze mondiali. Nel 1957 i temi da mettere a fattor comune erano l’approvvigionamento del carbone e dell’acciaio, oggi potrebbero essere quelli dell’autonomia energia e della sovranità digitale.
La sovranità digitale consiste nella capacità di scegliere: poter utilizzare tecnologie europee, proteggere i dati strategici, evitare dipendenze irreversibili e mantenere il controllo sulle infrastrutture critiche.
Non significa autarchia e neppure esclusione delle imprese americane o degli altri partner affidabili. Significa che l’Europa non può essere soltanto il mercato nel quale gli altri vendono tecnologie progettate, prodotte e governate altrove.
Key4Biz. Infine, in che modo si può immaginare una via europea al Cloud e all’AI senza un ruolo più centralizzato di Bruxelles?
Francesco Torselli. Bruxelles deve avere un ruolo forte, ma non necessariamente centralizzatore. Deve creare le condizioni affinché gli Stati e le imprese possano investire insieme, definire standard comuni, garantire interoperabilità e portabilità dei dati, mobilitare capitali e sostenere infrastrutture condivise. Non deve invece diventare il gestore unico del cloud europeo o il soggetto che decide centralmente quali tecnologie debbano essere sviluppate e utilizzate.
La via europea può fondarsi su un modello fatto da infrastrutture nazionali ed europee interconnesse, regole comuni, capacità di calcolo condivise, cloud interoperabili e progetti congiunti tra gli Stati disponibili a partecipare.
Le AI Factories, i consorzi europei per le infrastrutture digitali e le collaborazioni tra Paesi dimostrano già che è possibile raggiungere una dimensione continentale senza cancellare le competenze e le eccellenze nazionali.
Per recuperare il ritardo non basta, inoltre, produrre nuove norme. L’Europa ha già regolato molto; ora deve investire, semplificare e creare domanda per le proprie tecnologie. Servono data center, energia a prezzi competitivi, semiconduttori, capacità di calcolo, accesso ai dati, capitale di rischio e appalti pubblici capaci di favorire soluzioni europee affidabili.
Il ruolo di Bruxelles deve quindi essere quello di coordinatore, finanziatore e garante del mercato comune. Gli Stati devono continuare a essere protagonisti della politica industriale, della sicurezza delle infrastrutture e della gestione dei dati strategici. È così che si costruisce una vera sovranità digitale europea: non attraverso la concentrazione del potere, ma mettendo in rete le capacità delle nazioni.
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