Big Tech e trimestrali d’oro, il mercato però guarda ai costi dell’AI
Le attese erano elevate e, nel complesso, non sono state deluse. Le trimestrali delle principali società tecnologiche americane, a partire da Alphabet (Gooogle), Amazon, Microsoft e Meta, per proseguire poi con Apple, Nvidia e Tesla, a completare il perimetro delle cosiddette Magnificent 7, consegnano un quadro di crescita ancora robusta, ma sempre più condizionata dalla corsa agli investimenti in intelligenza artificiale (AI).
Nel primo trimestre 2026, il giro d’affari aggregato delle prime quattro big tech (Google, Amazon, Microsoft e Meta) ha raggiunto circa 430,6 miliardi di dollari, in aumento del 20,2% su base annua, mentre l’utile netto complessivo si è attestato a 151,4 miliardi (+60%).
Quattro cavalieri tecnologici (si spera non dell’apocalisse) che assieme raggiungono una capitalizzazione di mercato spaventosa di 12 trilioni di dollari.
Numeri che confermano la centralità del settore tecnologico nell’economia globale (elevata concentrazione di risorse finanziarie) e il suo peso determinante anche sugli indici azionari: non a caso, le quattro Big Tech hanno registrato un earnings per share beat medio (cioè un utile per azione riportato da queste aziende che ha superato le stime degli analisti) del 14,9%, nettamente superiore all’8,2% dell’S&P 500.
Cloud e AI: il motore della crescita
A trainare i risultati è ancora una volta il cloud, sempre più intrecciato con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Microsoft continua a correre con Azure, in crescita del 40%, Alphabet accelera con Google Cloud, a +28%, mentre Amazon mantiene una traiettoria solida con AWS, a +18%.
Questa dinamica si riflette nei conti delle singole società.
Alphabet (Google) supera i 107 miliardi di dollari di ricavi (+18,5%), segnando l’undicesimo trimestre consecutivo di crescita a doppia cifra. Amazon si colloca tra 177 e 181 miliardi, con un incremento compreso tra il 14% e il 17%, mentre Microsoft registra ricavi tra 81 e 83 miliardi e un utile netto di 31,8 miliardi.
Meta, infine, è tra le più dinamiche sul fronte dei ricavi, con 55,6 miliardi (+31,3%), sostenuta dalla ripresa della pubblicità e dall’integrazione dell’AI nei propri sistemi.
Fuori dal quartetto principale, Apple continua a beneficiare dell’ecosistema hardware-servizi (+16%, a 143,8 miliardi di dollari), Nvidia cavalca il boom dei data center con una crescita del 73% (68 miliardi di dollari), mentre Tesla mantiene una traiettoria positiva ma più moderata (+16%, a 22 miliardi di dollari).
Facendo un rapido calcolo, la somma dei ricavi delle Mag 7 per questa trimestrale sfiora i 590 miliardi di dollari.
Il nodo dei capex: 650 miliardi per l’infrastruttura AI
Se i ricavi crescono, è però sul fronte degli investimenti che si concentra oggi l’attenzione degli investitori. Le Big Tech stanno affrontando una trasformazione strutturale: dall’AI come software all’AI come infrastruttura fisica. Il capex (capital expenditure) sono le spese in conto capitale che un’azienda sostiene per acquistare, mantenere o espandere beni durevoli a lungo termine, come data center, server o macchinari
Nel 2026, Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta prevedono oltre 650 miliardi di dollari complessivi di capex, destinati in larga parte (circa il 75%) a data center, GPU, server e reti. Amazon guida la classifica con circa 200 miliardi annui, seguita da Alphabet (175-185 miliardi), Microsoft (circa 146 miliardi) e Meta (125-145 miliardi).
Si tratta di livelli di spesa senza precedenti, che in molti casi assorbono tra il 60% e il 90% del flusso di cassa operativo. Una scelta strategica obbligata per sostenere lo sviluppo dell’AI generativa e dei modelli avanzati, ma che comporta un impatto diretto sulla redditività nel breve periodo.
Perché il mercato si preoccupa e gli investitori hanno paura dell’AI (e dei suoi costi). I cali di Meta e Microsoft
Nonostante risultati superiori alle attese, con circa l’86% delle società che ha battuto le stime, la reazione del mercato è stata più cauta. In alcuni casi negativa: Meta e Microsoft, ad esempio, hanno registrato cali fino al 7% dopo la pubblicazione dei conti.
La ragione principale è legata all’incertezza sul ritorno degli investimenti. L’AI rappresenta una straordinaria opportunità, ma anche un rischio sotto diversi profili.
In primo luogo, i tempi di monetizzazione restano incerti. Gli investitori chiedono evidenze concrete che gli ingenti capitali impiegati si traducano in ricavi aggiuntivi e margini sostenibili entro un orizzonte di 12-18 mesi.
In secondo luogo, emergono vincoli infrastrutturali ed energetici. Si stima che saranno necessari circa 55 gigawatt di capacità energetica aggiuntiva entro il 2030, un fattore che potrebbe rallentare l’espansione dei data center e aumentare i costi operativi.
Infine, pesa il rischio tecnologico: l’hardware su cui si fonda l’AI (in particolare GPU e server) è soggetto a rapido deprezzamento, con cicli di aggiornamento sempre più brevi.
È il tempo delle small cap?
In questo contesto, il mercato sta iniziando a ribilanciare le proprie allocazioni. Dopo anni di leadership incontrastata delle Big Tech, si osserva una rotazione verso le small cap (azioni di aziende quotate con capitalizzazione di mercato ridotta, tipicamente tra 250 milioni e 2 miliardi di dollari), favorite da valutazioni più contenute e minore esposizione ai rischi legati ai capex.
Allo stesso tempo, si aprono opportunità lungo la filiera: energia, semiconduttori, infrastrutture di rete e fornitori di componentistica beneficiano direttamente della nuova ondata di investimenti.
Prospettive crescita sì, ma con disciplina
Le prospettive restano comunque positive. Le stime indicano una crescita degli utili per le Magnificent 7 compresa tra il 10% e il 14% nei prossimi trimestri, sostenuta dall’adozione crescente dell’intelligenza artificiale in tutti i settori economici.
La sfida sarà trovare un equilibrio tra espansione e disciplina finanziaria. Dopo la fase dell’entusiasmo, il mercato entra ora in una fase più selettiva: premia l’esecuzione e penalizza le promesse non supportate da risultati concreti.
In altre parole, l’AI non è più solo una narrativa di crescita, ma un banco di prova per la sostenibilità dei modelli di business delle Big Tech. Ed è su questo terreno che si giocherà la prossima fase del ciclo tecnologico.
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