Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo a firma di Maurizio Baravelli, Sapienza Università di Roma e Luciano Pilotti, Università di Milano. Per leggere la prima parte clicca qui.
5 – Risparmio, investimenti e cultura sociale
Vi sono molte perplessità che questo progetto possa avere successo. Intanto, va ricordato che l’Unione bancaria europea non ha ancora unificato le garanzie sui depositi, la Commissione europea sta insistendo per l’attuazione di questa misura e al tempo stesso sta sollecitando una maggiore concorrenza nel mercato dei depositi. Si tratta certamente di due aspetti rilevanti ma che tendono a rafforzare la tendenza degli europei a mantenere il risparmio liquido nei conti correnti bancari. Con l’aumento della concorrenza, le banche sono costrette a remunerarli (quando non sono remunerati) o a remunerarli a tassi maggiori. Maggiori garanzie e remunerazioni dei depositi non incentivano certamente i flussi di risparmio verso il mercato dei capitali vista la consolidata preferenza per la liquidità e l’avversione al rischio degli europei.
Ma vi è di più. Risparmio e investimenti sono rispettivamente l’offerta e la domanda di fondi, e il rendimento è il prezzo che equilibra domanda e offerta. Il mercato dei capitali europeo dovrebbe allocare le risorse verso gli usi più efficienti e produttivi. Ma l’ economia europea non cresce e sue imprese stanno perdendo terreno sul piano competitivo a livello internazionale. Il risparmio va dove trova opportunità e oggi l’Europa ha poche grandi imprese quotate, il suo assetto produttivo si base su un sistema di PMI familiari, vi è poca innovazione scalabile e poca finanza per la crescita. Se non ci sono imprese europee “investibili”, il risparmio va all’estero. Se poi si guarda alla distinzione tra rendimento finanziario e rendimento sociale, che non è irrilevante sul piano qualitativo dello sviluppo – e c’entra con l’allocazione del risparmio europeo – la cultura non solo finanziaria ma anche sociale appare ancora più critica. Di tutto ciò però non si parla, o non si vede.
È del tutto evidente che un risparmiatore che decide di investire nei mercati dei capitali europei deve accettare un livello di rischio più elevato rispetto alla semplice detenzione di liquidità. Per questo motivo, l’Europa deve compiere un’evoluzione socio‑culturale profonda, affinché imprese, risparmiatori e banche sviluppino comportamenti nuovi e più coerenti con un’economia fondata anche sui mercati finanziari Questa “nuova cultura del risparmio e degli investimenti” richiede un salto qualitativo: un cambiamento nelle abitudini, nelle percezioni del rischio, nelle modalità di finanziamento delle imprese e nel ruolo stesso delle banche. Si tratta però di un processolento, complesso, e che appare a molti difficile, se non improbabile, nel breve periodo. Solo nel lungo termine, attraverso interventi strutturali e un’evoluzione culturale diffusa, sarà possibile modificare davvero il comportamento degli attori economici europei.
Certamente non si può pensare che la questione possa essere risolta semplicemente introducendo nuovi “conti di risparmio” destinati ai risparmiatori retail, nemmeno qualora fossero accompagnati da incentivi fiscali, ammesso che le finanze pubbliche degli Stati membri possano permetterselo. L’economia e la finanza, infatti, non sono separabili dalla società. Questa verità, troppo spesso dimenticata, emerge con chiarezza nell’attuale debolezza economica e finanziaria di un’Europa che ha scelto di costruire la propria unità partendo dal piano monetario e finanziario, trascurando però quello sociale e sociologico. Il risultato è un’Unione che dispone di strumenti tecnici avanzati, ma che non ha ancora sviluppato una cultura sociale del risparmio e dell’investimentocoerente con un’economia basata sui mercati dei capitali. Senza questo fondamento culturale condiviso, ogni tentativo di mobilitare il risparmio rischia di essere parziale, fragile e insufficiente.
6 – Verso un dirigismo inevitabile?
Ma l’Europa può affidarsi al libero mercato del risparmio e degli investimenti oppure deve per forza ricorrere a forme di indirizzo pubblico, cioè a un certo grado di dirigismo? La risposta, alla luce delle condizioni attuali, è che un po’ di dirigismo è inevitabile. Nei SIA non sarà il risparmiatore a scegliere liberamente ogni singolo titolo. La selezione dei titoli sarà affidata a intermediari autorizzati, che opereranno all’interno di un perimetro regolatorio definito dall’Ue. La Commissione stabilisce: quali categorie di strumenti possono entrare nei SIA quali criteri devono rispettare (trasparenza, costi, rischio), quali obiettivi devono perseguire (investimenti europei, diversificazione, semplicità).
La Commissione non sceglie i singoli titoli, ma fissa il perimetro. Gli intermediari costruiscono i portafogli Sono loro a decidere quali titoli specifici inserire, scegliendo tra: fondi europei ETF europei obbligazioni corporate UE, titoli di Stato europei, azioni europee, strumenti per la transizione verde e digitale
Perché è dirigistico? Perché orienta il risparmio “dall’alto”. La Commissione parte da un presupposto: “Gli europei non investono abbastanza nei mercati dei capitali, quindi dobbiamo guidarli”. È una logica paternalistica, Si presume che il risparmiatore non sappia investire e si crea quindi un prodotto “protetto” per educarlo; si orienta così il suo comportamento verso ciò che l’Ue ritiene utile. È un intervento pedagogico, non liberale. Per trattenere davvero il risparmio europeo in Europa e orientarlo verso gli investimenti comunitari per lo sviluppo e la competitività, occorre un cambiamento di sistema, non semplicemente offrire ai cittadini un ulteriore “conto di risparmio”
I SIA possono avere una funzione utile, ma restano uno strumento marginale se il contesto strutturale non cambia. Il problema non è il prodotto in sé, ma l’ecosistema in cui dovrebbe operare. E questo vale anche per i grandi risparmiatori. Nel caso degli investitori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, fondi di investimento) occorrerebbe rivedere la normativa sulla loro asset allocation. Una questione non è affrontata dalla Commissione ma già oggi tali investitori sono soggetti alimiti di concentrazione e a obblighi di diversificazione. Quindi la Ue ha già il potere di orientare la loro struttura. Tuttavia, imporre o incentivare una quota minima di investimenti in strumenti europei, riduce la libertà gestionale, può abbassare i rendimenti e rischia di mettere in discussione il libero mercato dei servizi finanziari.
D’altra parte “libero mercato” non significa assenza di regole, bensì regole che rendono il mercato funzionale agli obiettivi di una politica del risparmio che sia di sostegno alla politica industriale europea. Occorre, quindi, un disegno coordinato e coerente affinché il mercato possa funzionare. Resta però la questione degli ostacoli culturali e sociali di non facile superamento
Senza una trasformazione più profonda – culturale, istituzionale e finanziaria – il risparmio europeo continuerà a cercare opportunità all’estero. Solo intervenendo sul sistema(mercati più integrati, imprese più investibili, incentivi coerenti, ruolo attivo dei grandi investitori istituzionali) sarà possibile ridurre la necessità di ricorrere a strumenti dirigistici e costruire un vero mercato europeo del risparmio e degli investimenti.
7 – Quali strumenti di incentivazione per canalizzare risparmio verso investimenti produttivi ?
La domanda allora che possiamo porci per individuare percorsi di adattamento strategico e sistemico del risparmio ad impieghi produttivi oltre la tesaurizzazione e di sostegno alla crescita è la seguente. Quale il ruolo delle banche e del risparmio privato in Italia a favore della crescita di medio e lungo termine? L’ Italia non cresce da decenni ( ultimi 30 anni) ed è ultima nel ranking europeo di crescita del PIL mentre è prima per volume abnorme di debito e in crescita. Tra le cause-effetto troviamo la più bassa ascensione sociale, la sempre più scarsa creazione di impresa e la debole dimensione di aziende troppo piccole per competere sul piano globale con i colossi USA e Cina, in particolare nell’innovazione. Processi innescati infatti da bassa innovazione pubblica e privata trascinata in larga prevalenza da portafogli produttivi a basso valore aggiunto. Gli impatti su tasso di occupazione femminile e giovanile sono di tipo regressivo, spingendo i giovani (spesso laureati) ad emigrare e le donne con figli a rinunciare al lavoro, anche perché non adeguatamente remunerati e con bassi salari. Dunque, producendosi grandi diseguaglianze sociali e produttive oltre che tecnologiche rispetto a paesi partner come Germania, Francia e Spagna e paradossalmente in presenza di un enorme volume di risparmio tesaurizzato nei conti correnti privati.
Una grande leva da mobilitare è allora parte dell’enorme risparmio privato lasciato parcheggiato o tesaurizzato nei conti correnti degli italiani e che si accoppia asimmetricamente con oltre il 70% degli italiani proprietari della casa di abitazione dalle generazioni successive al primo e secondo dopoguerra. Dopo la lunga fase della privatizzazione bancaria avviata negli anni ‘80 e ‘90 e avendo oggi le banche una robusta solidità e prodotto extra-profitti in questo decennio, potrebbero favorire lo spostamento di parte di quella montagna di risparmi incentivando usi più produttivi (almeno per una quota tra dell’ 8-10%). Per esempio, e come noto, attraverso Fondi di Investimento a basso rischio e bilanciati dedicati all’innovazione, alle start up innovative (spese in R&D e qualificazione del capitale umano e produttivo) e all’occupazione giovanile e femminile con relativi incentivi fiscali sui capital gain e crescita d’ azienda in forma di rete. Che migliorerebbe dal lato del grave deficit demografico anche la natalità per una maggiore autonomia di lavoro e di reddito delle donne con le maggiori possibilità di delegare il lavoro domestico. Le banche possono governare la complessità del processo, i controlli e le verifiche nella triangolazione con investitori, imprese e Stato. Una ricetta per provare ad incentivare almeno un 8-10% dei risparmi privati degli italiani verso impieghi più produttivi.
Il tema è di una funzione di interconnessione delle banche in chiave di policy pubblica-privata che può spingere la crescita economica dell’Italia sopra l’asfittico 0,5% producendo sviluppo e riducendo le diseguaglianze. La situazione attuale, caratterizzata da un debito pubblico elevato e una crescita stagnante, richiede un approccio innovativo e coordinato, in cui il settore bancario gioca un ruolo cruciale vista la caratteristica dominante dei nostri sistemi di PMI di ricorso al debito bancario per non cedere controllo e di fatto rinunciando a percorsi di crescita innovativa.
8 – Il ruolo delle Banche e gli strumenti attivabili non alternativi verso uno sviluppo endogeno
Possiamo richiamare almeno quattro strumenti piuttosto noti nel dibattito specializzato:
1. Intermediazione Finanziaria: le banche, come intermediari tra i risparmiatori e le imprese, possono canalizzare i risparmi privati verso investimenti produttivi. Questo richiede una revisione dei loro modelli di business per favorire finanziamenti a medio-lungo termine. 2. Fondi di Investimento: le banche possono con altri operatori creare fondi di investimento dedicati a settori strategici (come innovazione tecnologica, startup e occupazione di qualità) può attrarre risparmi. Questi fondi dovrebbero essere progettati per offrire rendimenti competitivi e rischi ben gestiti e meglio governati. 3. Incentivi Fiscali: L’introduzione di incentivi fiscali sui guadagni di capitale per gli investimenti in fondi orientati all’innovazione e all’occupazione potrebbe stimolare il trasferimento di risparmi da impieghi a basso rendimento verso quelli a rendimento più alto anche se in parte più rischiosi. Per esempio, esenzioni fiscali temporanee o riduzioni delle aliquote su rendimenti derivanti da investimenti in specifici settori (innovazione, sostenibilità ESG, climate change, energie rinnovabili, ecc.). 4. Educazione Finanziaria: le banche possono (dovrebbero) anche svolgere un ruolo educativo, informando i risparmiatori sui vantaggi di investimento in prodotti a lungo termine piuttosto che lasciare la ricchezza nei conti correnti.
Serve insomma una grande mobilitazione del Risparmio Privato attraverso almeno tre tipologie di canalizzazione: A. Identificazione delle Opportunità: È fondamentale identificare settori con alto potenziale di crescita, come le tecnologie verdi, l’industria 4.0 e i servizi digitali, per attrarre investimenti. B. Collaborazione Pubblico-Privato: le banche possono collaborare con il governo per sviluppare progetti che richiedono finanziamenti, garantendo una maggiore fiducia nei potenziali investimenti. C. Sostenibilità e Innovazione: Investimenti in R&D dovrebbero essere incentivati, creando un ambiente favorevole all’innovazione. Le banche potrebbero finanziare progetti che promuovono la sostenibilità, favorendo anche l’occupazione giovanile e femminile in programmi dedicati di innovazione; D – Collaborazione tra piccole banche federate e grandi banche -sistema per favorire la crescita della foresta e lo sviluppo endogeno delle attività produttive, specializzando le diverse dimensione bancarie per funzioni differenziate come capacità di mobilitazione del risparmio attraverso la fiducia e reciprocità emergenti nei territori; E – Incentivi specifici alle banche a investire in ETF composti da azioni di aziende italiane che siano etiche, attente al clima, imprenditorialità e organizzazioni che promuovono pari opportunità, ecc.
Una traiettoria che vedrebbe positivi impatti anche sui mercati del lavoro con: i. Occupazione di qualità: un incremento degli investimenti produttivi può stimolare la creazione di posti di lavoro, riducendo la disoccupazione giovanile e aumentando la partecipazione femminile nel mercato del lavoro, accrescendo la domanda interna e lo sviluppo locale; ii. Diminuzione delle Disuguaglianze: stimolando la crescita di imprese di dimensioni medio-piccole ( in rete e/o filiere integrate) e favorendo M&A di quelle medio-grandi, è possibile migliorare l’ascensione sociale e ridurre le disuguaglianze, creando ancora opportunità per donne e giovani. iii – Demografia e miglioramento della Natalità: maggiore autonomia economica delle donne può contribuire a un aumento della natalità, sostenendo così il tessuto sociale del paese e uno sviluppo endogeno distribuito.
Tra gli strumenti utili connessi agli ETF possiamo richiamare i seguenti:
1 – Fondi Sostenibili: Esistono fondi di investimento che si concentrano su aziende che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance (ESG). Alcuni di questi fondi sono promossi da banche e istituzioni finanziarie italiane. 2. Agevolazioni Fiscali per Investimenti Green: Il governo italiano ha introdotto incentivi fiscali per le aziende che investono in tecnologie green, come il “Superbonus 110%”, che offre detrazioni fiscali per ristrutturazioni energetiche. 3. Bandi di Finanziamento per Startup Innovative: Attraverso programmi come “Smart&Start“, il governo offre finanziamenti a fondo perduto e agevolazioni fiscali per startup che operano in settori innovativi e sostenibili. 4 – Programmi dell’Unione Europea: L’Italia beneficia di programmi dell’UE, come il “Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici” (FEIS), che sostiene progetti sostenibili e innovativi, incentivando le banche a finanziare tali iniziative che potrebbero essere offerti nella collaborazione tra grandi banche e le banche territoriali. 5 – Incentivi per le PMI Sostenibili: esistono misure specifiche, come il “Voucher per la digitalizzazione delle PMI”, che forniscono supporto finanziario alle piccole e medie imprese che implementano pratiche sostenibili e he le banche potrebbero implementare favorendo reimpieghi diffusi di risparmio privato. 6. Crediti d’Imposta per Ricerca e Sviluppo: le aziende che investono in ricerca e sviluppo possono beneficiare di crediti d’imposta, incentivando investimenti in innovazione tecnologica e sostenibilità anche utilizzando fondi dedicati gestiti dalle banche. 7 – Reti di Investimento Etico: alcune banche offrono prodotti di investimento che si concentrano su aziende socialmente responsabili, promuovendo la responsabilità sociale d’impresa e l’impatto positivo con effetti di decentramento territoriale della crescita con sviluppo di tipo endogeno di mobilitazione della domanda interna.
Questi incentivi rappresentano un passo importante verso la promozione di un’economia più sostenibile e responsabile in Italia, incoraggiando investimenti in settori chiave per il futuro del paese e che dovrebbe favorire la scelta di opzioni di investimento più produttive attraverso iniezioni di fiducia e condivisione a partire dai grandi valori del climate change e della protezione ambientale.
9 – Una prima conclusione sulla funzione sociale della banca in un sistema integrato di gestione del risparmio privato come bene pubblico
Il nodo centrale del caso italiano ed europeo è che l’enorme accumulazione di risparmio privato non riesce a trasformarsi in modo sistemico in investimento innovativo e produttivo. Non per assenza di ricchezza finanziaria, ma per la presenza di vincoli strutturali, culturali e istituzionali che rallentano la circolazione dell’innovazione e la trasformazione del risparmio in sviluppo. In Italia, almeno nella sua componente precauzionale e non speculativa, il risparmio potrebbe infatti rappresentare una grande leva endogena di crescita, soprattutto laddove siano presenti adeguati incentivi di rendimento economico e sociale. Tuttavia, questa connessione resta debole.
I principali ostacoli sono noti. In primo luogo, la ridotta dimensione media delle imprese italiane, che limita capacità di investimento, patrimonializzazione e apertura ai mercati dei capitali. A ciò si aggiunge una offerta troppo ristretta di titoli da parte delle imprese medio-grandi, aggravata da modelli di governance familiare che, per mantenere il controllo proprietario, privilegiano il debito bancario rispetto all’emissione di capitale di rischio. Ne deriva una struttura finanziaria fortemente bancocentrica e orientata a impieghi relativamente sicuri, con limitata propensione all’innovazione radicale.
Accanto ai vincoli strutturali operano poi fattori culturali profondi: l’avversione al rischio delle famiglie e delle imprese; la fragilità della cultura manageriale e della delega; una Borsa italiana poco dinamica e scarsamente attrattiva; una consulenza bancaria e finanziaria ancora troppo sbilanciata verso obiettivi di breve periodo e verso strumenti percepiti come sicuri dal cliente, più che verso il sostegno a investimenti innovativi di medio-lungo termine.
Emerge allora una questione cruciale: perché le imprese italiane risultano così avverse al rischio proprio in una fase storica caratterizzata da trasformazioni tecnologiche rapidissime, fondate sulla conoscenza, sulla digitalizzazione e sull’intelligenza artificiale? A oltre centoventi anni dalla seconda rivoluzione industriale, il cambiamento non può più essere interpretato come semplice introduzione esterna di innovazioni, secondo il modello statunitense guidato dal mercato o quello cinese sostenuto dal Partito-Stato. L’innovazione oggi deve essere soprattutto diffusa, assorbita e reinterpretata all’interno degli ecosistemi produttivi.
Ciò richiede processi di appropriazione privata della conoscenza fondati su contesti assorbenti di qualità: capitale umano avanzato, infrastrutture efficienti, coesione sociale, sistemi bancari capaci di assumere rischio nella selezione dei progetti imprenditoriali, ecosistemi territoriali collaborativi e reti produttive integrate. La rapidità della trasformazione impone infatti una forte capacità di circolazione delle informazioni e di generazione di nuova conoscenza, alimentando nuovi modelli di business, nuovi processi produttivi e una più elevata qualità dei prodotti e dei servizi.
In Italia e in Europa tali processi risultano tuttavia troppo lenti. Ed è qui che emerge la necessità di una “regia” continentale flessibile e dinamica, capace di bilanciare fattori dirigistici di innesco con meccanismi di diffusione mercatistica dell’innovazione. Gli Stati Uniti dispongono di grandi mercati dei capitali e di fondi di investimento globali; la Cina utilizza una forte pianificazione strategica pubblica. L’Europa, invece, appare ancora sospesa tra idealismo regolativo e insufficiente capacità di coordinamento strategico.
Per questo sarebbe necessario costruire una vera visione continentale del risparmio come leva sociale dello sviluppo. Una visione capace di superare gli eccessi individualistici della sola logica del rendimento finanziario, promuovendo invece fiducia, cooperazione e condivisione dei benefici dello sviluppo. Il risparmio non può essere ridotto a semplice ricerca del massimo rendimento di breve termine, poiché esso incorpora anche aspettative di sicurezza collettiva, sostenibilità e qualità sociale dello sviluppo nel medio-lungo periodo.
Tre appaiono allora gli elementi chiave.
Il primo riguarda la promozione di una cultura d’impresa e di governance più aperte, capaci di favorire crescita dimensionale, managerializzazione, innovazione diffusa e apertura al capitale di rischio.
Il secondo concerne il ruolo del sistema bancario, che dovrebbe evolvere verso una maggiore integrazione tra banche medio-piccole orientate ai territori e grandi banche capaci di sostenere investimenti infrastrutturali e strategici di scala europea. Le banche dovrebbero tornare a svolgere funzioni di monitoraggio, accompagnamento e selezione qualitativa dei progetti imprenditoriali, assumendo anche quote di rischio nell’innovazione.
Il terzo riguarda la necessità di una regolazione europea capace di offrire garanzie di ultima istanza e orientamento sistemico del risparmio verso investimenti produttivi ad alto impatto economico e sociale: energia, digitale, AI, logistica, trasporti, istruzione, salute pubblica, difesa comune, manutenzione ambientale e valorizzazione dei territori.
In questa prospettiva, anche una parte della grande “montagna” di risparmio privato europeo potrebbe essere progressivamente indirizzata verso impieghi più produttivi attraverso ecosistemi territoriali affidabili, filiere integrate e reti di sviluppo endogeno oltre che di crescita infrastrutturale anche con progetti interregionali intra-UE. Una traiettoria che potrebbe rilanciare non solo la crescita economica, ma anche nuovi processi di imprenditorializzazione, soprattutto giovanile e femminile, rafforzando coesione sociale, sostenibilità e resilienza competitiva dell’Europa nel nuovo scenario globale.
Allora vanno date risposte ai sette nodi strutturali seguenti anche per evitare la penetrazione asimmetrica di capitali stranieri, soprattutto extra europei favorendo alleanze strategiche transfrontaliere:
A – imprese che non emettono titoli per questioni dimensionali e di cultura d’impresa;
B – risparmiatori “scettici” e scarsamente propensi al rischio, ma anche non tutelati da una legislazione di garanzia e non supportati da una formazione finanziaria appropriata;
C – banche disinteressate procedendo lungo strade consuete di intermediazione e in conflitto con esiti di disintermediazione emergenti;
D – Unione Europea inadeguata nell’offerta di progetti utili (finanziari, infrastrutturali, digitali);
E – un “capitalismo familiare” che resiste con sempre maggiore fatica alle trasformazioni manageriali e dei fondi di investimento che apportano spesso non solo risorse finanziarie ma know how utile alla crescita d’impresa e di rete alla ricerca di resilienza.
F – una formazione imprenditoriale da rilanciare per la nascita di popolazioni di start-up che non provengono più dalla tradizionale ”experience on the job” prevalente nei modelli produttivi lineari e fossili del capitale materiale ( a rigiro lento) ma dagli incubatori d’impresa delle università e centri di ricerca per allineare servizi e conoscenza al capitale immateriale, oggi anche con il contributo dell’AI.
G – valorizzazione di territori e loro vocazioni in una chiave federativa capace di consolidare coesione e condivisione sociale, verso una nuova divisone cognitiva del lavoro capacitato tra imprese, filiere e territori “oltre” la distrettualizzazione con logiche interfunzionali e transdisciplinari favorite da digitalizzazione diffusa e servitization.
Il potenziale del risparmio privato in Italia è enorme e le banche possono svolgere un ruolo chiave nel trasformare questa risorsa in investimenti o impieghi produttivi se orientate a far crescere la foresta e la socio-biodiversità d’impresa oltre che bancaria per una crescita che si faccia sviluppo endogeno oltre che esogeno. L’idea poi di incentivare le banche a investire in ETF che raggruppano aziende italiane etiche e sostenibili è di interesse e potrebbe rappresentare un passo importante per promuovere la crescita economica in Italia riducendo le dipendenze energetiche e di innovazione tecnologica promuovendo la solidarietà.
Di fatto sbloccando il potenziale di un’economia più sostenibile e inclusiva. Una strategia integrata che combina incentivi fiscali, educazione finanziaria e collaborazioni tra pubblico e privato potrebbe non solo stimolare la crescita economica, ma anche migliorare la qualità della vita dei cittadini e ridurre le disuguaglianze promuovendo beni pubblici. La sfida è complessa, ma con un approccio sistemico, mirato e coordinato, è possibile generare un cambiamento significativo salvaguardando il modello sociale, regolatorio e coopetitivo europeo.
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