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L’AI per la Polizia e arriva la responsabilità civile per i danni causati dall’intelligenza artificiale

Quante volte hai letto di “decreti sull’intelligenza artificiale” pensando che fossero roba per addetti ai lavori? Il Consiglio dei Ministri n. 177, riunito mercoledì 10 giugno 2026 a Palazzo Chigi, ha approvato in esame preliminare due decreti legislativi di adeguamento all’AI Act europeo che meritano di essere capiti da tutti. Perché dietro il linguaggio istituzionale ci sono domande concrete: un poliziotto potrà usare l’AI per riconoscerti in tempo reale? Se un algoritmo ti causa un danno, puoi ottenere giustizia? L’Italia sta facendo qualcosa di pionieristico? Le risposte sono, nell’ordine: sì ma con regole ferree, sì e in modo inatteso, e forse davvero sì.

1. L’Italia si dichiara la prima nazione al mondo con una legge organica sull’IA

Partiamo dalla dichiarazione più forte. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha affermato che l’Italia, con questi decreti attuativi e con la legge dello scorso anno, è la prima nazione che si dota di una normativa nazionale organica in materia di intelligenza artificiale.

Una dichiarazione che può sembrare enfatica, ma ha una sua logica. Con l’approvazione dei decreti attuativi il governo compie un passo decisivo nell’attuazione del Regolamento europeo sull’AI e della legge 132 del 2025, definendo una disciplina per l’applicazione delle normative a livello nazionale e individuando una governance nel coordinamento tra l’Agenzia nazionale per la cybersicurezza e l’Agenzia per l’Italia Digitale.

Altri grandi Paesi europei, pur soggetti allo stesso AI Act, non hanno ancora prodotto una cornice nazionale equivalente. Essere primi in una corsa regolamentare non è solo una questione di orgoglio: significa che imprese, professionisti e cittadini italiani avranno prima degli altri un quadro chiaro di diritti e obblighi. Una scelta controcorrente rispetto alla tendenza globale a lasciare che l’AI si regoli da sola.

2. L’IA entra nelle forze dell’ordine. Ma il Grande Fratello è vietato per legge

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha assicurato che non c’è nessun Grande Fratello generalizzato, perché è vietato l’uso di banche dati biometriche create con raccolta massiva e non mirata di dati dal web.

Sul punto più sensibile, l’identificazione biometrica in tempo reale, il decreto fissa limiti precisi. L’uso in tempo reale è ammesso solo in casi eccezionali: pericolo o minacce gravi e specifiche con finalità di terrorismo o altri reati di particolare allarme sociale, oppure ricerca di persone scomparse o vittime di tratta, sequestro e sfruttamento sessuale.

La procedura non è automatica. Serve la richiesta del questore, indirizzata al procuratore della Repubblica, e poi l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Tre livelli di controllo umano prima che scatti qualsiasi riconoscimento.

Il principio che governa tutto il decreto è questo:

L’intelligenza artificiale è un supporto e non è un poliziotto automatizzato: le decisioni restano umane.” Matteo Piantedosi, Ministro dell’Interno

Sembra ovvio. Non lo è affatto sul piano giuridico. Il decreto lo trasforma in norma vincolante, e questo cambia tutto.

3. Se un algoritmo ti danneggia, ora puoi far valere i tuoi diritti in modo più efficace

Questa è probabilmente la novità più sottovalutata, ma destinata ad avere il maggiore impatto pratico. Mantovano ha spiegato che il decreto introduce una disciplina innovativa sulla responsabilità civile, che tiene conto della difficoltà di raggiungere la prova in giudizio in un rapporto squilibrato: chi gestisce un sistema di intelligenza artificiale è in una posizione di notevole vantaggio rispetto a chi assume di aver ricevuto un danno dall’uso distorto del sistema.

Il meccanismo è tecnico, ma l’effetto è concreto. Secondo l’articolo 19 del decreto legislativo, quando il danno deriva dalla violazione di uno o più obblighi previsti dal regolamento europeo, si presume il nesso di causalità, salva prova contraria.

Il peso della prova si sposta parzialmente su chi ha sviluppato o usato l’AI. Se il sistema che ti ha negato un prestito, un’assunzione o una copertura assicurativa violava le regole dell’AI Act, il giudice parte dall’assunzione che ti abbia causato un danno. Se vi è un rapporto assicurativo in atto, è prevista la possibilità di un’azione diretta nei confronti dell’assicuratore.

4. Le università diventano il punto di riferimento per l’alfabetizzazione sull’IA

C’è un pezzo del decreto che riguarda il futuro del paese in modo profondo, anche se ha ricevuto meno attenzione. Le norme di competenza del Ministero dell’Università e della Ricerca si muovono lungo due direttrici: il rafforzamento delle competenze e della formazione sull’intelligenza artificiale, e la valorizzazione della ricerca, del trasferimento tecnologico e della sperimentazione per favorire lo sviluppo e l’uso responsabile delle nuove tecnologie.

Università, enti pubblici di ricerca e istituzioni AFAM potranno mettere a disposizione professori, ricercatori e tecnologi per attività di alfabetizzazione, formazione e divulgazione rivolte a cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.

La scelta operativa è pragmatica: non verranno creati nuovi organismi, ma saranno valorizzate competenze, infrastrutture e laboratori già presenti nel sistema universitario e della ricerca. Se l’obiettivo è estendere la comprensione dell’IA a una platea più ampia, il punto di partenza è almeno razionale.

5. Al centro non c’è la macchina, ma la persona

Mantovano ha spiegato che i decreti sono il frutto di un dialogo costante con l’UE, e che in linea con la legge 132 dello scorso anno, l’impostazione antropocentrica è caratteristica di tutti gli interventi: al centro non c’è la macchina ma la persona. Ha aggiunto che questa impostazione si trova in sintonia con l’ultima enciclica del Papa.

Il richiamo all’enciclica papale in una conferenza stampa governativa sull’IA potrebbe sembrare fuori posto. Tocca invece un nodo reale: l’intelligenza artificiale sta ridefinendo cosa significa agire, decidere, creare. Ancorare per legge tutta la normativa all’essere umano come centro e fine, e non come variabile di ottimizzazione, è una scelta precisa. Non tutti la fanno.

I due decreti sono in esame preliminare. Dovranno ancora passare al vaglio delle commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e delle Authority competenti. Non sono l’ultima parola, ma sono una parola seria che l’Italia dice in proprio su come convivere con l’intelligenza artificiale.

Quello che la legge da sola non risolve è la domanda più difficile: riusciremo a costruire quella “sorveglianza umana qualificata” di cui tanto si parla, in un paese in cui la formazione digitale è ancora profondamente disomogenea? Avere le regole scritte è necessario. Essere all’altezza di applicarle è un’altra storia.

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