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Le concentrazioni fanno crescere l’economia o il potere delle banche? La strategia di Intesa Sanpaolo nel risiko bancario

Può una banca scalare un concorrente (peraltro risanato con fondi pubblici), farlo proprio per poi “decidere” come smembrarlo al fine di prendersi le parti migliori e cedere le altre parti, che non può legittimamente detenere e di cui peraltro non è interessata, ad un’altra banca con la quale si è accordata, guadagnandoci pure? Per il mercato si, ma per il Paese ?

È questa la condotta di Intesa Sanpaolo che si è accordata con BPER per spartirsi le attività del Monte dei Paschi di Siena (MPS) visto che con la concentrazione supererebbe una quota di mercato tale da creare una posizione dominante. Così 635 sportelli, con i relativi  attivi e passivi, sarebbero ceduti a BPER, interessata ad ampliare la propria rete territoriale, mentre Intesa si terrebbe, oltre a Mediobanca e alla  partecipazione che MPS ha in Assicurazioni Generali (i due pezzi più pregiati),  il resto degli  sportelli.

Un’operazione simile potrebbe essere vista dalle autorità come elusiva e anticompetitiva e potenzialmente destabilizzante. Elusiva perché l’Opas di Intesa nei confronti di MPS senza il  previo accordo con BPER non sarebbe possibile visto che oggi non è così facile cedere sportelli quando la tendenza è chiuderli sostituendoli con ì canali online. Ed è anche anti-competitiva perché  smembrando il MPS  Intesa elimina un concorrente temibile vista la proposta di aggregazione fatta in precedenza a MPS da Banco BPM. Questo  si viene a trovare  a sua volta in una posizione di debolezza non potendo dare vita a quello che sarebbe diventato il terzo polo dopo Intesa e Unicredit.

Il rischio del rafforzamento di un sostanziale duopolio nel mercato bancario italiano è tutt’altro che remoto qualora Unicredit riuscisse nell’intendo di acquisire Banco BPM dopo il precedente tentativo fallito per l’intervento del Governo italiano con l’uso (discusso e discutibile) del Golden Power.

Il progetto di smembramento di MPS alimenta certamente un’ulteriore fase di instabilità strutturale del settore bancario per effetto del ribaltamento delle  azioni di integrazione  e riorganizzazione in atto e in fase di completamento da parte di MPS dopo l’acquisizione di Mediobanca con effetti  su personale,  assetti  territoriali e relazioni con la clientela certamente più onerosi che  benefici.

Si pensi in particolare alla revisione e riduzione delle posizioni di affidamento che si vengono a sovrapporre e agli snellimenti delle reti dei consulenti finanziari che Banca Intesa  deciderà di razionalizzare. Il tutto con un forte rafforzamento della posizione strategica di Intesa nel business dell’asset management, destinato a diventare il più rilevante e redditizio del settore bancario.

2.  Un patto Intesa- Governo

Ciò premesso, il caso Intesa-MPS assume connotati ancor più inquietanti quando si consideri che l’entrata di Intesa in competizione con Banco BPM sembrerebbe stata sollecitata dal Governo italiano per evitare una fusione tra Banco BPM e MPS. La ragione sarebbe il rischio che il Crédit Agricole, che è azionista di rilievo di MPS (20%), entrando nella compagine del nuovo gruppo emergente, possa mettere le mani sulle Generali (la quale detiene una quota significativa di BTP per cui una governance francese può incidere sul controllo dei titoli di Stato italiani). Questo pare essere uno dei punti sensibili e il  motivo politico dietro l’allineamento tra Governo–Intesa.

La triangolazione governo- Intesa- BPER, oltre ad evidenziare la non neutralità istituzionale del governo, presenta un’ulteriore anomalia in quanto  dovrebbe essere l’autorità antitrust  (AGCM)  a  stabilire  quali sono le attività che Intesa dovrebbe cedere, e gli istituti che possono acquisirle, trovandosi con quote di mercato critiche. 

L’AGCM considera un operatore “dominante” quando la sua quota di mercato supera a livello provinciale il 40% per cui, in tale caso, prevede cessioni obbligatorie. Intesa ha messo le mani avanti (forse per influenzare l’antitrust?) rendendo noto che di MPS essa è interessata ai pezzi di maggiore valore e non tanto a comprare l’intera banca.  

Ma si può effettivamente  fare arbitraggio regolamentare: “la compro tutta, poi vendo – a chi decido io – solo ciò che non posso detenere e conservo ciò che invece mi conviene, e recupero i miliardi in contanti che entrano nella Opas di 30 miliardi?”. Si noti come Intesa esborsi un premio  agli azionisti di MPS di 3 miliardi  (1 euro per ogni azione di MPS) e incassi da BPER 3,5 miliardi  per gli sportelli ceduti per non violare la concorrenza.Il resto del pagamento  della Opas avviene carta contro carta.

3.  Difesa  del risparmio degli italiani e  concentrazione nell’asset management

Intesa ha già un peso rilevante  nel mercato bancario italiano, per cui una fusione con MPS darebbe vita a una concentrazione non compatibile con le regole UE. Ma, pur  prescindendo da ciò, l’obiettivo vero di Intesa non  è il controllo di MPS, ma quello delle sue parti  per essa a maggior valore aggiunto. Queste riguardano le attività di asset management che fanno capo appunto a Generali e Mediobanca, un business nel quale  Intesa si propone di diventare leader europeo gestendo, in prospettiva, complessivamente, ad acquisizione avvenuta, AUM ( Asset Under Management)  per  oltre 2.000 miliardi di euro.

Questo scalata-acquisizione (non concordata) per spacchettamento appare ancora più dirompente e aggressiva visto che l’Opas di Intesa viene a contrastare la precedente proposta,  (non richiesta) di  merger paritetico, fatta da Banco BPM a MPS  per dare vita al Terzo polo bancario di cui da tempo si parla e che il Governo aveva  sostenuto come exit della sua partecipazione da MPS al fine della totale privatizzazione della banca senese.

Il mercato pare gradire l’operazione di spacchettamento, senza battere ciglio, come se fosse normale. In questo mese di giugno, MPS, da predatore qualche mese fa di Mediobanca, è diventato a sua volta preda e la  borsa ne ha sospinto il valore  in alto, così come quello di Intesa (predatore) seppure con una minore spinta positiva. Differenza  che potrebbe essere il segnale di un richiamo del predatore a un “rabbocco come ritocco dell’offerta” in essere, comunque già valutata compatibile e sostenibile.

Il mercato giudica, quindi,  positivamente l’operazione che, con la cessione di oltre 635 sportelli a BPER, vedrebbe MPS trasformarsi in Monte dei Paschi (MP), una banca svuotata di valore e  sottratta a  Siena dopo ben 4 secoli. Il caso ha del paradossale: dopo lunghi e sofferti sforzi per rimettere in careggiata un MPS risanato e capace della  conquista  di Mediobanca, che ha del miracoloso, realizzata contro tutti i pronostici, l’ad Lovaglio corre ora  il rischio di un secondo disarcionamento ( il primo  per destituzione ad opera degli azionisti di controllo) e di vedere annullato il MPS, fatto a pezzi e ridotto a MP nelle mani di BPER.

Non si tratta più di risiko bancario ma di “rubamazzetto o di asso pigliatutto”? Può essere questo il destino di una banca storica, risanata con fondi pubblici e stabilizzata solo pochi anni fa e legata ai suoi territori di vocazione e origine ? Il tutto perché  Intesa ha deciso di crescere dimensionalmente per diventare leader nel risparmio gestito e  di assicurare il Governo che il risparmio degli italiani non finirà in mano straniere?

Come dicevamo, dietro l’Opas di Intesa ci sarebbe, sono rumors che corrono, la mano del Governo italiano. Intesa prende MPS e quindi Generali, così il Governo ottiene stabilità e l’italianità del risparmio: Intesa  avrebbe  avviato un dialogo preventivo sulle scelte che riguardano il Leone di Trieste. In realtà, appare una mossa anche per neutralizzare ogni rischio di intervento del Golden Power. Governo e Intesa sono di fatto allineati su uno scenario che esclude Banco BPM. In tal modo, però, la neutralità istituzionale viene meno  con  effetti sistemici pessimi: a) MPS viene “assorbito e smembrato”; b) la concorrenza ridotta; c) coloro che si avvantaggiano sono gli azionisti con la prospettiva di maggiori profitti, d) Intesa si  rafforza nell’asset management assumendo una posizione di rilievo in tale business.

Infatti, se Intesa arrivasse a controllare Mediobanca e una quota importante di Generali, si troverebbe a gestire – direttamente e indirettamente – una massa di risparmio superiore a 2.000 miliardi di euro.Ed è proprio questo il punto strategico dell’intera partita. Intesa diventerebbe il primo gestore, non solo italiano, ma  europeo,tra banche e assicurazioni integrate, e soprattutto ilprincipale allocatore del risparmio italiano,un attore determinante nella formazione dei rendimenti del risparmio delle famiglie  capace di influenzare in modo sensibile  i mercati  e l’economia, esercitando quindi un potere che va oltre la finanza.

Ma l’antitrust  si preoccupa di questi effetti derivanti dalla concentrazione dell’attività di risparmio gestito  che sta diventando un business sempre più profittevole per le banche con il calo dell’attività creditizia tradizionale?

Qui bisogna fare due osservazioni: la prima è che l’antitrust non può bloccare la concentrazione delle “masse gestite” se il mercato viene definito come europeo e se  questo è considerato molto competitivo; la seconda è che l’approccio delle authority a difesa della concorrenza  andrebbe rivisto sul piano metodologico e dei criteri per definire quando la concorrenza viene compromessa nei mercati rilevanti dei servizi di risparmio gestito. Si considerano le masse gestite, i “punti di vendita”, la dimensioni delle reti dei consulenti finanziari?

Come abbiamo sopra ricordato, l’AGCM pone limiti con riguardo alle quote di mercato  nel presupposto che queste siano correlate alla vendita dei servizi finanziari ( in questo caso: fondi/ polizze)  tramite gli  sportelli per cui si valuta  se vi è un’ eccessiva concentrazione di filiali, a livello provinciale,  che distribuiscono questi servizi. Nel caso del risparmio gestito pare che la capacità dell’authority di bloccare una concentrazione sia  molto più limitata di quanto sembri.  Così  la  soglia critica (oltre il 40%)non si applica a un mercato europeo dove operano colossi come  BlackRock, Amundi, Allianz GI, Vanguard, UBS, che sono  player  che gestiscono tra 1.000 e 10.000 miliardi.Intesa, anche con 2.000 miliardi, resta un operatore medio.

Il discorso cambia  quando si scende dal livello “europeo” al livello nazionale e soprattutto locale.  Infatti, è proprio qui che si concentrano i problemi per un conglomerato Intesa–Mediobanca–Generali. L’AGCM non guarda alle masse gestite, ma alla quota nella distribuzione, alla capacità di “spingere” i propri prodotti con gli sportelli, con le reti di consulenti finanziari  (Fideuram + Mediobanca PB +  Generali) in grado di  creare  un soggetto con potere dominante. Al tempo stesso occorre però osservare come nei servizi finanziari offerti online, il mercato diventi in linea di principio molto ampio e,  quindi, più contendibile. Questo è uno dei motivi per cui la partita Intesa–Mediobanca–Generali è  delicata ma anche problematica.

4.  Quali benefici per l’economia ?

La strategia di Intesa è una risposta di banche che cercano di dominare il mercato per mantenere alti i profitti  senza prendersi particolari rischi puntando meno sull’attività creditizia e incrementando quella di asset management. Da tempo le banche in Europa, e in particolare in Italia, non contribuiscono alla crescita economica, avendo aumentato l’avversione al rischio, non finanziando l’innovazione,  riducendo  i prestiti  e aumentando il ricorso alle garanzie pubbliche che sono il triplo della media europea (lo ha detto anche il Governatore Panetta nelle Considerazioni finali). Rafforzare il sistema bancario con un aumento della concentrazione significa potenziare gli oligopoli e ridurre la concorrenza nei servizi di credito.

Questo Governo appare  molto scarso nella comprensione di come dovrebbe funzionare un sistema bancario efficiente nell’allocazione delle risorse e nel valutarne il contributo attivo alla crescita e all’innovazione economica. Banche con profitti in continua crescita e imprese che chiudono, risparmio sempre più concentrato ( Intesa diventerebbe, come sopra detto, il primo polo italiano del risparmio gestito, con una concentrazione  mai vista nel mercato domestico) e risparmiatori con rendimenti falcidiati da esose commissioni.

E poi queste banche dove investono il risparmio delle gestioni patrimoniali? Quanto lo investono nel sistema produttivo italiano? Basti pensare che  oltre  300 miliardi  di euro all’anno sono convogliati dalle banche all’estero.

Si continua a parlare dell’utilità delle grandi concentrazioni bancarie. Ma nessuno si chiede perché le banche europee, invece di far crescere le PMI europee, le finanziano poco e male. Con le mega concentrazioni  la  situazione non cambierebbe, anzi peggiorerebbe. Nella UE il 99% sono PMI che le grandi banche non fanno crescere. In Italia la concorrenza tra le banche è bassa, i c/c non sono remunerati   L’antitrust sta “a guardare”:  l’ultima indagine conoscitiva sulla concorrenza bancaria  è del 2006. Pare che non importi a nessuno nemmeno al Governo mentre  è molto interessato alla sua “quota” sugli extraprofitti.

Quanto alle grandi banche Usa e cinesi, che con le concentrazioni tra le banche europee dovrebbero contrastare,  non è  in realtà una questione rilevante al fine del sostegno dello sviluppo dei sistemi produttivi europei. Anzi se ci fosse una certa concorrenza estera si avrebbe un miglioramento dell’offerta di servizi  finanziari alle imprese europee.

Quello che conta veramente sono i modelli di business che le banche europee non hanno ma che sono fondamentali per la crescita europea. In Europa è  invece prioritario sviluppare: a) il mercato dei capitali che continua ad essere asfittico; b) gli intermediari specializzati nel finanziamento dell’innovazione; c)  i fondi che finanziano le infrastrutture (pressoché inesistenti).

Finora nulla di tutto questo. Ciò che si osserva, per contro, che le  banche  continuano ad avere  troppo potere  che  sfruttano per fare profitti mentre l’economia non cresce perché fanno da filtro e sono diventate avverse al rischio. Occorre, quindi,  un controbilanciamento, potenziando il mercato finanziario e incentivando il risparmio privato ad investire nel mercato dei capitali.

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